Giacomo Matteotti:
un omicidio politico

“Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”
(Giacomo Matteotti a un collega deputato dopo il discorso alla Camera del 30 maggio 1924)

Tutta la stampa di opposizione pubblicò per settimane dettagli sulle violenze e sulle irregolarità che avevano contraddistinto le elezioni, raccogliendo denunce da ogni parte d’Italia. Questi elementi furono alla base del discorso con cui Matteotti accusò di invalidità la nuova Camera all’apertura della XXVII legislatura, nella seduta del 30 maggio 1924: “Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano […] domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni”.
Il discorso del segretario unitario fu preceduto dagli interventi del democratico liberale Errico Presutti e del socialista Giuseppe Emanuele Modigliani. Entrambi avanzarono la richiesta di annullamento delle elezioni in tutta Italia per le condizioni di irregolarità con cui si era votato in varie circoscrizioni.
Matteotti fece sue le proposte dei colleghi, spiegando con precisione tutti i motivi per cui l’elezione era da ritenersi non valida.
Il suo discorso era stato scritto per essere pronunciato in una ventina di minuti, ma durò più di un’ora a causa delle interruzioni dei fascisti e del presidente della Camera Alfredo Rocco, impegnato a ostacolare il diritto di parola di Matteotti con richiami e ammonizioni che si univano alle invettive e alle urla dei sostenitori del governo.
Fernando Schiavetti, che allora dirigeva il quotidiano “La Voce Repubblicana”, avrebbe così ricordato lo svolgimento di quella seduta: “la violenza con cui la maggioranza fascista rispose a Matteotti fu inaudita […] In quell’atmosfera vibrava un sentore di tragedia“.
Il pomeriggio del 10 giugno, non lontano dalla sua abitazione nei pressi del lungotevere Arnaldo da Brescia, Matteotti fu aggredito e ucciso a coltellate da un gruppo di fascisti che lo pedinava da giorni. Gli assassini occultarono il suo cadavere a circa 20 chilometri da Roma, nella macchia della Quartarella vicino a Riano Flaminio. Il corpo fu rinvenuto solo il 16 agosto.
Non era la prima volta che il fascismo ricorreva all’omicidio politico, ma il clamore e l’indignazione suscitati dal “caso Matteotti” rappresentarono l’inizio di una nuova fase e diedero il via a quella che sarebbe stata indicata come la “secessione dell’Aventino”.