“Occorre il lavoro di molte vite – a fondo perduto – per gettare le solide fondamenta dell’Italia di domani. Noi doniamo quello di cui siamo capaci: senza calcolo e senza rimpianto”.
Giovanni Amendola, Discorso al congresso dell’Unione nazionale, 10 luglio 1925
Repressione fascista e disgregazione dell’Aventino
Con un discorso alla Camera dei deputati nella seduta del 3 gennaio 1925, Mussolini si assunse la “responsabilità politica, morale e storica” di quanto avvenuto dalla comparsa sulla scena del suo movimento e, in particolare, del clima in cui si era verificato l’omicidio di Giacomo Matteotti: “Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, […] a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”. Accusò poi i suoi avversari di esser loro a voler attuare una secessione “anticostituzionale” e “rivoluzionaria“. Al discorso di Mussolini si accompagnò un inasprimento della repressione, con frequenti sequestri dei giornali antifascisti e la presentazione in Parlamento di norme che avrebbero consolidato la presa del fascismo sulla società e sulle istituzioni italiane. I gruppi di opposizione replicarono al presidente del Consiglio ripetendo che i delitti da loro denunciati erano maturati in un contesto di illegalità e di violenza: il governo calpestava le leggi fondamentali dello Stato, soffocava la libertà di stampa e sopprimeva il diritto di riunione, lasciando campo libero alle scorribande dei fascisti. L’Aventino non era una “sedizione“, come sosteneva Mussolini, ma una protesta dei rappresentanti del popolo dopo “il più atroce delitto del regime“. Così si espressero le opposizioni nel Manifesto al Paese dell’8 gennaio 1925: “Il Governo calpesta le leggi fondamentali dello Stato, soffoca con arbitrio inaudito la libera voce della stampa, sopprime ogni diritto di riunione, mobilita la forza armata del suo partito, perseguita cittadini e associazioni, mentre tollera e lascia impuniti le devastazioni e gli incendi che colpiscono i suoi avversari e degradano l’Italia al cospetto del mondo civile“. Per i partiti dell’Aventino non fu neanche possibile commemorare Matteotti alla Camera nel primo anniversario del suo assassinio e la polizia sequestrò il materiale che i suoi compagni avevano preparato per ricordarlo in tutta Italia. E mentre nelle opposizioni si manifestarono i primi dissidi, il Paese appariva poco consapevole della posta in gioco nello scontro con il governo. L’ultimo atto pubblico dell’Aventino fu una dichiarazione diffusa il 13 luglio 1925, dopo l’assoluzione per insufficienza di prove di Emilio De Bono, uno degli uomini più vicini al duce, dall’accusa di favoreggiamento nel delitto Matteotti. Il 18 settembre i socialisti massimalisti deliberarono il distacco dall’Aventino, seguiti il 19 ottobre dal Partito repubblicano e il 9 novembre dal Partito popolare. La lotta antifascista si avviava verso un’ardua strategia di lunga durata. Il 5 novembre, l’improvvisa notizia che la polizia aveva sventato un attentato alla vita di Mussolini ordito da un ex deputato unitario fu il pretesto per un’ulteriore stretta repressiva che rese ancora più difficile la vita agli oppositori del fascismo.
Sfoglia la stampa satirica
Raffigurazione satirica della situazione delle opposizioni, intrappolate a testa in giù in una bottiglia. Al di fuori, un uomo trasporta con fatica sulle spalle un pesante sacco che riporta la scritta "Lavoro". L'illustrazione – in tempera, matita litografica e collage su cartoncino – è di Mario Sironi.
Conclusioni, "La Rivista Illustrata del Popolo d'Italia", maggio 1925.
Caricatura del duce che, nelle vesti di "Margherita Benita", è impegnato in una rivisitazione del celebre passatempo "M'ama, non m'ama": anziché strappare i petali della margherita per scoprire se l'amato ricambia o meno, Mussolini tenta di capire il destino dell'Aventino e le intenzioni delle opposizioni.
MARGHERITA BENITA – "Sblocca, non sblocca, sale, scende, non sale, non scende, poco, molto, niente..."
Fiorì una margherita sull'Aventino, "Il Becco giallo", 2 febbraio 1925.
La didascalia riporta che Vittorio Vettori, direttore de “Il Giornale d’Italia” vicino alle posizioni di Antonio Salandra, preferisce alla spada il nerbo di bue, espressione enfatizzata dall’enorme posteriore con cui lui stesso viene rappresentato. È noto che il Partito liberale in quegli anni esprimesse una posizione ambigua, diviso com'era tra chi voleva aderire all’Aventino e chi invece collaborava con il fascismo nella speranza di normalizzarlo. L’immagine satirica allude anche alla volontà di Roberto Farinacci di scatenare le squadre fasciste contro tutte le opposizioni, così da attuare la vera Rivoluzione fascista.
"Il Selvaggio", 16 novembre 1924.
Vignetta satirica che raffigura le tradizionali maschere del carnevale italiano intente a osservare, esposti in vetrina, i burattini aventiniani.
ARLECCHINO – Caro Pulcinella, scostiamoci da questi «parvenus»: noi abbiamo una tradizione...
Esposizione di burattini, "Il Becco giallo", 27 dicembre 1925.
Immagine satirica che raffigura un lungo tavolo a cui sono seduti solo Filippo Turati e Giovanni Amendola; le altre sedie sono vuote, esemplificative dello stato di cose della Secessione.
Turati – Siamo rimasti in due.... Amendola – Di questi tempi un ambo è un terno al lotto!
La tombola dell’Aventino, "Il Becco giallo", 27 dicembre 1925.